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Conosco Adriana da diversi anni, e questa ulteriore circostanza di incontro mi fa evitare la domanda che sorge spontanea sul motivo di questa sua costante, totale dedizione alla fotografia.
Sarebbe come chiederle perché cammina, respira, si guarda intorno. E' un'attività che appartiene al suo ciclo vitale, con in più la consapevolezza e la gioia che deriva dal leggere, scrivere, interpretare la realtà che la circonda, che ama profondamente e che ci restituisce arricchita dal suo sguardo. Per Adriana il percorso esplorativo sia nel campo della tecnica sia in quello fisicamente inteso del territorio ha prodotto questa ricchissima mostra su Castelbellino. Il paese è piccolo, ma domina panorami vastissimi, la realtà urbana è limitata, è una microsocialità che desta però un profondo senso di pacatezza e serenità, care al regista Camerini che amava narrarne le storie. In questa mostra c'è tanto, direi c'è tutto di Castelbellino, e c'è tanto della marchigianità, tale che puoi anche percepire la voce dei poeti che l'hanno interpretata, pur trascendendone i limiti geografici. Guardando queste foto pensi a uno Zibaldone fatto di pagine colorate, talvolta acromatiche, dove la meditazione privata si alterna alla coralità, l'individuale si riflette nell'universale e il privato nel pubblico. Percorrere le sale di Villa Coppetti è stato come realizzare una specie di Walkscape, cioè una passeggiata tra panorami per usare il titolo di un'opera di Francesco Careri. L'itinerario è però anche quello dell'anima, dato che l'obiettivo che Adriana usa è rivolto all'interno non meno che all'esterno, legge la realtà a più piani e in più dimensioni. Una è quella dei riti collettivi che comunicano una trascinante festosità come le danze popolari per esempio, i mercatini natalizi, l'infiorata, i giocolieri, i concerti di piazza, le rassegne cinematografiche all'aperto. Ci sono poi momenti solitari di appartata contemplazione come vive chi, da una balconata, lascia errare lo sguardo sull'ampia valle, come il bimbo concentrato nella lettura della Costituzione, il ragazzino solitario che slancia le braccia al cielo dietro chissà quale estatica visione. C'è la donna al lavatoio la cui risata liberatoria e un anche un po' complice suggerisce un affrancamento, c'è il campanaro seminascosto nella cella, intento a diffondere solenni rintocchi dalla torre quattrocentesca. Tra individuo e collettività, pubblico e privato esiste un'interazione che conduce a un comune senso di solidarietà, a una verità d'insieme, alla costruzione di una trama dove dialogano riti arcaici e contemporanei, domesticità e spettacolarità generando una grande forza vitalistica . Sono spettacolari i giochi pirotecnici, il grandioso flusso dell'Esino in piena, la colossalità del pioppo che diffonde un'incredibile nevicata di amenti, il vecchio ulivo simile a un severo patriarca dal corpo piegato, piagato, muto testimone di una storia centenaria. E' un monumento l'enorme radice sradicata simile a un totem, ed è monumentale il cumulo di uve dai chicchi rigonfi, lucenti, simili a un prezioso carico di perle dall'Oriente.Queste, come altre immagini, hanno una forte valenza simbolica e si rifanno all'area del mito. Nell'area storica abbiamo testimonianze altrettanto imponenti: la mole del Bitondolo, la torre quattrocentesca, il poderoso edificio quattrocentesco che ospitava - come si legge in un'iscrizione anch'essa imponente - la Società di Mutuo Soccorso.
E' singolare quanta parte abbia la dimensione della monumentalità in un paese minuscolo come Castelbellino.  Non c'è dubbio che averla saputa cogliere e rendere con tanta arte è quasi un atto magico. Non amo fare ricorso a questo termine, ma non ne trovo altri per esprimere il senso di meraviglia che queste immagini dettano. D'altronde mi torna in mente che quello strumento che in passato riusciva a captare immagini attraverso una lente si chiamava ‘lanterna magica'. Pensi davvero a un atto di magia quando osservi il gruppo danzante dove corpi si mantengono per un microsecondo sollevati da terra. Il magico della foto consiste proprio nel trasformare l'attimo nel sempre, il fuggevole nel definitivo. L'immagine fotografica realizza la durata pura, una sospensione temporale, l' epoché dei greci. Sono soprattutto le immagini in bianco e nero, insieme a quelle eleganti silhouettes cittadine simili a disegni nel cielo, che ne evidenziano meglio il concetto: il racconto geometrico, le pure architetture di luce, l'incastro dei segmenti, certe sequenze curvilinee tracciate per esempio dalle poltroncine vuote simili a conchiglie ben allineate, l'evolversi delle linee nelle rampe d'ingresso della villa, l'elegante forma ad elice della scala a chiocciola o del rotore sono altrettanti momenti che fissano un ordine definitivo, un'impronta del divino se ricordiamo quanto Platone aveva scritto all'ingresso della sua Accademia - "Dio geometrizza sempre".
Le pagine di questo volume fotografico narrano molto più di quanto le immagini propongono. Leggiamo un romanzo, una favola che s'accende in cielo come suggeriscono i versi di Ungaretti, o una favola Pitagorica per citare Manganelli. Sono comunque racconti di cui si ignora la conclusione, dove ciascun episodio si avvia a ulteriori ignoti esiti. E' una realtà in fieri, un progetto di vita che sa veicolare molto di più di semplici valori estetici.

 

 

 

L'ULIVO E LA VENDEMMIA 

 

Squarci cavità tagli erosioni

storie di ferite e di pazienza il vecchio tronco.

Storie di costanza le radici

dita ossute con patto centenario

avvinte al suolo.

Solo la chioma è giovane

anche se d'argento -

quando si muove il vento

danza e l'aria intorno come a primavera

si rinnova

 

Verde quasi grigio la foglia dell'ulivo

ma sotto ha un volto chiaro

come luce di luna nella notte.

Appena s'alza il vento

ruotano le fronde e in alto volgono

pagine d'argento

 

Verde -palude, tinta triste

la foglia dell'ulivo

nel lato esposto in alto

ma sotto è chiaro argento.

Quando si muove il vento

e l'ampia chioma fende

in alto volge la pagina nascosta

e il soffio aereo accende

come per magia lampi siderei.

Un carro opulento

monumento dei campi

colmo di lucide perle

un sogno trascina d'Oriente.

 

Lucide sfere

universi minuscoli

acini a grappolo fanno sistema

come galassie splendenti

nel vasto teorema del cielo

 

Sul carro che trasporta

un lucido castello

il sole ancora insegue

i grappoli maturi

figli dei suoi raggi.

Li scorta lungo un viaggio

a qualche ligneo ostello.

Quando ne usciranno

come da un buio cuore

sarà per darci ancora

un po' del suo calore

 

E' un progetto, un'essenza futura

ma è insieme un fatto compiuto

così com'è un frutto maturo.

Acini turgidi densi di linfa

sfere di sole già pensano al succo

che riempie il bicchiere.

 

Ada Donati

 

 

 

 

 

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