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SEGNI D'OMBRA 


"Si può partire da un fatto quotidiano: un fazzoletto che cade può divenire per il poeta la leva con cui solleverà tutto un universo...", suggeriva Tzara al poeta surrealista, spronandolo ad indagare nei "labirinti dell'istintivo, del vitale"; vi si dedicarono subito anche i fotografi, Man Ray tra i primi, guardando semplicemente attorno, ma vicino, per inquadrare dettagli rivelatori, sottratti così dal contesto quotidiano, altrimenti inutile, oltre che insignificante, e che l'immagine, così facile da definire in una fotografia, riduce spesso a simbolo, fingendosi verosimile, con la sua ambigua precisione del chiaroscuro e della prospettiva, che il poeta vorrebbe comunque infedeli, almeno quel tanto che serve a raccontare ciò che può esistere oltre l'apparenza.
Adriana Argalia, a sua volta, in un'istintiva ipotesi neo-surrealista, sembra pretendere dalla fotografia soprattutto questa sublime qualità, che le consente di esprimere uno stato d'animo e di poesia, tramite situazioni, spesso banali casuali pretestuose, proiettate dall'oggetto-soggetto verso lo sguardo, e subito gratificate dal gesto fotografico che ne fissa la fisionomia dentro un'emulsione, e con essa il mistero di ombre, riflessi contrasti  geometrie, che segni fotografici spesso pertinenti oltre che suggestivi, riscattano dall'effimero della luce e dello spazio.
Di volta in volta coerentemente catramosi, flou, sovrimpressi, questi segni sono di un'intensità che fa pensare ad autori ormai classici, come il cecoslovacco Josef Sudek, che già cinquant'anni fa aveva a sua volta capito all'improvviso, il " mistero che si nasconde nelle zone d'ombra", come in quelle che Adriana Argalia continua oggi ad osservare, e frequentemente anche a vedere e a trasmettere con una sorta di allarmata malinconia, che è uno dei segni palesi della sua acerba ma provocatoria fotografia.

Italo Zannier
Critico e storico della fotografia italiana,
uno dei padri fondatori della storia della fotografia Italiana

Venezia, agosto 1984

 

 

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