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                                              Jesi secondo Argalia

                                                   Italo Zannier

 

In Italia, dove da decenni ci lamentiamo per la scarsa "cultura della fotografia", paradossalmente l'editoria fotografica è persino eccessiva, se si considera, non tanto la rara saggistica, ma la sterminata serie di volumi "geografici", che fanno bella mostra in ogni libreria, accanto ai ponderosi volumi d'arte, entrambi costosi: nel lusso del colore, del gran formato, delle sovraccoperte plastificate.

Fotolibri, non sempre d'autore ma del "clicchista" domenicale, a volte dedicati a luoghi topograficamente sconosciuti, dove c'è però una grande voglia di "pubblicità", di presenza turistica se possibile, e che comunque può risultare una testimonianza d'efficienza di Assessorati, che politicamente non è poco. I fotografi se ne rendono complici, come da sempre gli artisti, poeti o pittori che siano.

 

Ma non se ne può più di questi foto-libri, mille diecimila libri sfolgoranti in vetrina o sul tavolo del salotto-bene, sotto ogni parallelo.

Non posseggo statistiche, ma soltanto a Venezia se ne pubblicano circa trenta all'anno, dedicati, bene o male, alla città, senza contare le "guide" in edicola; libri con i testi tradotti in tutte le lingue, anche l'albanese ( e perchè no?), ma le immagini che lingua parlano?

 

Gran parte di questi fotolibri (" tante immagini e poco testo ", suggeriva anche Patellani, già nel lontano 1943), seguono a ruota ormai l'antico best seller ( cinquecentomila copie circa) di Fulvio Roiter, Essere Venezia, però tuttora in vetrina, dopo la prima edizione del 1977.

Fu un magnifico modello (in effetti non nuovo, c'era già perlomeno quello di Hernst Haas, a sua volta dedicato a Venezia) quel fotolibro: formato album-orizzontale come nella tradizione ottocentesca, ma nel rapporto due a tre, coincidente con il formato delle diapositive 24x36; stampato in quadricromia, con la sovraccoperta plastificata e il tutto inscatolato come se si trattasse di cioccolatini-regalo.

In tutte le lingue, ma non sempre con finezza letteraria, vengono tradotti questi libri; d'altronde i testi sono pochi e brevi e il costo è limitato, viene quasi da ridere!

L'introduzione è spesso affidata a un poeta locale e comunque emergente, sempre disponibile a sproloquiare "poeticamente" sulle fotografie, come d'altronde fanno, con diverso impegno, i semiologi, i sociologi, gli antropologi, gli ecologi, ecc., che interpretano la fotografia come fosse veramente realtà, a volte dimenticando che esiste il Fotografo, in primis, ossia un Autore.

Le immagini sono soltanto una "testimonianza d'esistenza delle cose", ma il loro messaggio foto-grafico è inevitabilmente collegato all'ideologia del fotografo, che, al momento della sua scelta dello scatto d'otturatore, influisce sempre sull'animo e sulla mente; a vari livelli, d'accordo, ossia dallo stereotipo corrivo alla trasgressione intelligente e a volte persino poetica. Come in questa occasione.

 

Adriana Argalia ha offerto a Jesi il suo sguardo inquieto ma lirico, escludendo senza apriorismi - ma per l'intelligente progetto del volume - affrontato in  unicum con i promotori - la banalità della veduta cartolinesca o lo spettacolarismo grafico e cromatico, ossia il luogo comune del solito fotolibro dedicato a una città, e mi pare che Jesi non ne avesse avuto ancora uno, fortunatamente.

 

Se il primo libro su Jesi è questo di Adriana Argalia, s'è fatto un grande passo avanti, in questa editoria d'immagine, della quale, ripeto, " non se ne può più", neppure come oggetto regalo.

Il racconto di Argalia percorre invece un suo itinerario privato, dettato spesso da fugaci effetti di luce, da presenze misteriose, inquietanti, irripetibili; ombre di maschere naturali create dal Sole, che emergono da un paesaggio dove le architetture sono osservate come totem stagliati nel cielo o appiattiti nella luce abbacinante della strada.

Una ricerca spontanea di immagini liriche, al di là del "catalogo" di luoghi e di personaggi, come vorrebbe lo standard che giustifica questi libri; Adriana Argalia ha immaginato Jesi con un volto che ai più è forse sconosciuto, atmosfere che sono "oltre la facciata", impresse nel chiaroscuro della fotografia senza perplessità, ma come esigenza esistenziale, perchè la fotografia è anche questo, come insegna da tempo il magistrale Mario Giacomelli, di cui Argalia può in effetti considerarsi un'allieva"; la fotografia è la fotografia  e la fotografia può essere poesia, oltre che filosofia, come con sublime enfasi ricordava Strindberg cent'anni or sono, a chi avesse avuto qualche perplessità.

Un fotolibro come questo, non va sfogliato "in fretta" , facendo scorrere le pagine come se si trattasse di un mazzo di carte da gioco; è necessario fermare il pensiero sulle immagini e cercare di leggere "tra le righe" ciò che esse significano, chiedersi il perchè di quei segni e del loro messaggio.

 

Venezia, 14 ottobre 1997

 

 

 

 

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