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...Che il pittore, lo scultore, lo scrittore, interpretino la realtà più che rappresentarla, sembra ovvio, ma che il fotografo (proprio per lo strumento meccanico che applica alla realtà circostante) crei l'oggetto della sua indagine più che fedelmente riprodurlo, sembra impossibile.
Spesso si usa il termine magia quando si parla di arte: e a proposito, più di quanto forse non si pensi, giacché il mago è colui che dice le cose, e le cose subito diventano, istantaneamente sono.
Anche il pensiero religioso, quando si induce ad ipotizzare un creatore con l'iniziale maiuscola, immagina un'entità che con parola creatrice trae dal nulla le cose, evocandole.
D'altronde, il poeta(, in greco: dal verbo , cioè fare) è colui che, appunto, fa le cose, chiamandole, dando loro un nome, parlandone.
Parimenti chi vede, chi applica il suo sguardo indagatore sulle cose, ipso facto, per la dote naturalmente selettiva del vedere, crea l'oggetto della visione.
Niente di meno obbiettivo (nel senso di neutrale) dell'obbiettivo (fotografico).
Per dirla con il filosofo Jean Baudrillard: "È un'illusione che l'immagine sia oggettiva, mentre non è altro che un'emanazione del nostro sguardo... Perché la cosa fotografata non è affatto la stessa, e questo sguardo, questa visione è da essa che emana, così come essa entra nel campo, nel momento dell'atto fotografico... E ciò che ne risulta - l'immagine - non ha affatto l'aria di quello che le cose sono oggettivamente, ma di quello che assumono di fronte all'obbiettivo... Gli oggetti sono sensibili alla ripresa quanto gli esseri umani, di qui l'impossibilità di testimoniare la loro realtà oggettiva. Quest'ultima è un'illusione tecnica, che dimentica che essi entrano in scena nel momento dello scatto"....
Se Castelbellino potesse parlare (e lo fa con le parole di queste righe che stiamo vergando) direbbe ad Adriana Argalia: mi hai fatto dono di essere una cosa (in realtà un complesso di cose e di persone) che hai guardato, e, guardandola, eternato, sottraendola alla ineluttabile caducità del reale.
La fonte Penata (penata, forse, a motivo della fatica di tante donne nei secoli per raggiungerla, attingervi, risalire al castello con le brocche in testa e sul fianco; penata, certo, per la pena infinita dei genitori di Anita, la bambina che affogò nel lavatoio colmo d'acqua, mentre emulava le grandi nel lavare i suoi pannicelli: un gioco che non sarebbe mai diventato per lei un lavoro) attendeva dal buio dei secoli che Adriana Argalia le togliesse il triste epiteto, immortalando lì, proprio lì, presso il lavatoio, il sorriso aperto di Vera.
Da quando fu costruita, negli ultimi anni del 1700, l'ariosa chiesa di San Marco altro non attendeva che il giorno in cui avrebbe risposto con il calore della sua facciata (non per altro scopo la calda arenaria delle sue pietre aveva accumulato il sole di tante e tante estati) all'abbraccio di quel bambino esultante: uno dei tanti venuti da lontano, che, "gridando / su la piazzuola in frotta, / e qua e là saltando, / fanno un lieto romore" che dà voce a un luogo per troppo tempo troppo silente....

 

Amministrazione comunale di Castelbellino

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