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Adriana Argalia

Trac! lo spettacolo cominci

Fondazione Pergolesi-Spontini/Banca Popolare di Ancona, 2012


Adriana Argalia e la fotografia teatrale

Recensione di Alberto Pellegrino



Adriana Argalia è nata a Jesi, coltivando da sempre una grande passione per la fotografia, che ha praticato con dedizione e tenacia, con impegno culturale e artistico, senza mai trascurare la ricerca tecnica e gli approfondimenti linguistici. Per merito di questo costante e “testardo” impegno artistico, sempre esercitato come Mario Giacomelli nella feconda provincia italiana, l’Argalia ha saputo conquistare una sua precisa collocazione nel panorama italiano della fotografia accanto ad altre fotografe-donne come Letizia Battaglia, Maria Mulas, Elisabetta Catalano, Emanuela Sforza. Ha partecipato a mostre collettive e personali a Roma, Firenze, Bari, Siena, Pesaro, Fermo, Ancona, Spilimbergo, Milano, Trieste, Messico, Parigi, Waiblingen ( Stoccarda); le sue immagini sono apparse in diverse pubblicazioni e sono entrate in collezioni importanti come la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, l’Ikons Centre (museo virtuale della fotografia ideato dal Craf, collegato col Fox Talbot Museum in Inghilterra e l’Erich Lessing Culture and Fine Arts Archives di Vienna). La sua prima pubblicazione risale al 1998 ed è intitolata Jesi (Comune di Jesi/Banca Nazionale del Lavoro), seguita poi da Fluisce alla terra il cielo Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, 1999), Ritratti. Orizzonti femminili (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari, 2005), Una m@il dalla luna (Banca Marche, 2006), Castelbellino (Comune di Castelbellino, 2009). L’Argalia si è affermata grazie a uno stile personale e libero da schemi, sorretto da un’ottima tecnica fotografica che le ha consentito di raggiungere risultati di grande spessore nel bianco e nero, usato spesso in modo molto intenso secondo la lezione di un maestro come Mario Giacomelli. Un’altra cifra della sua fotografia è la raffinatezza compositiva che diventa espressione di una carica di un lirismo evidenziato dalla scansione poetica delle varie tonalità della scala cromatica che vanno dal nero assoluto al bianco assoluto attraverso le varie gradazioni dei grigi. Molto riservata e mai aggressiva, Argalia ama muoversi con circospezione dentro la realtà quotidiana per osservate persone e cose, per fissare momenti di vita, per cogliere riflessi di luce e frammenti di architetture, per raccontare la città segnata dalla luce solare o immersa nelle ombre artificiali della notte, per “catturare” lo scorrere delle stagioni sopra le variegate modulazioni della campagna marchigiana. Argalia è riuscita negli anni a mettere a punto una personale “poetica del dettaglio”, che nasce da uno speciale culto dei particolari, dalla capacità di cogliere i segnali che arrivano dalle piccole cose: fiori che sbocciano sulla terra o nei vasi, vecchie carte abbandonate e stropicciate, pareti di canne tesi come sipari tra le quinte urbane, panni appesi tra i vicoli, gabbiani in volo o immobili sulla riva del mare, un universo femminile e maschile che ingloba tutte le età e tutte le condizioni sociali, che viene rappresentato con un’intensità psicologica e un’acutezza sociologica che non trascurano mai l’aspetto umano e il risvolto poetico dell’esistenza, in una continua ricerca di libertà espressiva e di esaltazione della fantasia. Dietro questa visione apparentemente “minimalista”, si scopre attraverso un secondo livello di lettura una ricerca più profonda che tende a dare una personale interpretazione di una realtà fatta di ambienti naturali, contesti urbani, oggetti inanimati, presenze umane o animali, a volte rappresentati attraverso ingrandimenti lenticolari che tendono a scavare nella profondità dei vari soggetti. In questo modo Argalia riesce a provocare un coinvolgimento sentimentale ed estetico che va ben oltre una pur evidente eleganza formale, a trasmettere la consapevolezza di trovarsi di fronte a opere dotate di un loro individuale e preciso significato, ma nello stesso tempo collegate fra loro da una evidente unità stilistica e tematica, per cui si possono individuare dei precisi e ben strutturati percorsi narrativi che formano un universo iconografico di grande respiro lirico, all’interno del quale trova una sua collocazione anche il ritratto con una predilezione per il mondo infantile e femminile, riuscendo a cogliere l’esuberanza del gioco, la grazia di un atteggiamento, la dolcezza di uno sguardo, la fluida armonia di un movimento. Adriana Argalia è affascinata anche da un’idea di città che ricorda le “città invisibili” di Italo Calvino: “La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere”. L’autrice ama vedere la città attraverso cortine di vetro, tendaggi sinuosi e irreali, terrazze dove il sole scivola sui panni stesi ad asciugare, vicoli e strade segnate dalla luce o immerse nelle ombre della notte, presenze umane quasi mai dichiarate ma spesso ridotte a misteriosi dettagli, foglie e rami di giardini impenetrabili ridotti a ombre appena decifrabili, squarci urbani metaforicamente riflessi nello specchio di una pozzanghera. A questa visionaria rappresentazione della città rientra anche un degrado urbano fatto di vecchie case, palazzi abbandonati, armature rivestite da cortine di plastica per nascondere un doloroso decadimento, capannoni dismessi e lasciati lì come segni inquietanti di una civiltà del lavoro ormai agonizzante. Siamo di fronte a una sorta di “lirismo degli spazi” che affonda le sue radici in un realismo fiabesco che penetra con pudore nel quotidiano e lo avvolge in un climax di mistero, dove la fantasia si perde nel volo di un gabbiano o nell’inseguire una nuvola che corre libera nel cielo, un lirismo che Italo Zannier così definisce: “Il racconto di Argalia percorre un suo itinerario privato, dettato spesso da fugaci effetti di luce, da presenze misteriose, inquietanti, irripetibili; ombre di maschere naturali create dal Sole, che emergono da un paesaggio dove le architetture sono osservate come totem stagliati nel cielo o appiattiti nella luce abbacinante della strada”. A partire dal Duemila l’Argalia ha affiancato al prediletto bianco e nero l’uso del colore e della macchina digitale con risultati di ottimo livello. Del resto la fotografia elettronica, se da un lato si presta a un uso “cartolinesco” della fotografia, dall’altro consente a chi possiede sensibilità artistica, tecnica consolidata e padronanza linguistica di realizzare opere a colori e in bianco e nero capaci di mettere insieme tradizione e innovazione. L’Argalia ha incontrato nel 2005 il Teatro ed è stato un amore a prima vista, che si è concretizzato in un sodalizio artistico con la Fondazione Pergolesi-Spontini di Jesi per conto della quale ha documentato fotograficamente tutti gli spettacoli di prosa, opera lirica e danza classica che sono andati in scena nel Teatro Pergolesi e nel Sistema di teatri della Vallesina. Diverse di queste fotografie sono servite per realizzare i manifesti delle stagioni di prosa dal 2006 al 2013 e per le campagne di comunicazione promosse dalla Fondazione Pergolesi-Spontini, la quale alla fine del 2012 ha pubblicato, unitamente alla Banca Popolare di Ancona, un’ampia antologia delle immagini scattate dall’Argalia. Il volume di grande formato raccoglie 72 immagini in bianco-nero e 84 a colori e s’intitola Trac! lo spettacolo cominci, facendo riferimento all’espressione Avoir le trac usata nel gergo teatrale per esprimere l’emozione paralizzante che l’attore prova alcuni istanti prima di entrare in scena. Si tratta di un’opera che segna a pieno diritto l’ingresso dell’Argalia del complesso e difficile mondo della fotografia teatrale, finora praticata ad alto livello da pochissimi professionisti. L’autrice ha sentito il bisogno di fissare nelle immagini quella straordinaria metafora della vita che è il teatro, un mondo irreale che si trasforma in realtà visiva sulla scena. L’Argalia si propone di trasferire nelle fotografie, che sono di per sé materia inerte, quelle emozioni, quelle sensazioni, quei giochi della fantasia che si materializzano sul palcoscenico e lo fa con un guizzo di colore, un gioco di ombre, lo sfavillio di un velo, la forza cinetica trasmessa da figure in movimento con la consueta eleganza compositiva delle inquadrature, con l’uso funzionale del “mosso” e dello “sfocato”. Lo stesso contenitore teatrale diventa protagonista attraverso la suggestione di una scena o di una platea vuote, il fremito dell’orchestra, la presenza sensibile degli spettatori in un gioco di colori che vanno dal rosso profondo al blu intenso senza mai rinunciare a un’armonica padronanza dei cromatismi. C’è di tutto in questa antologia teatrale: l’eleganza della danza che spazia dal balletto classico al flamenco; la vivacità delle opere buffe di Pergolesi, Cimarosa e Rossini; il fascino di grandi rappresentazioni teatrali come Gli uccelli di Federico Tiezzi, Anna Karenina di Nekrosius o Giorni felici di Bob Wilson; le magiche atmosfere di grandi opere liriche come il Macbeth di Svoboda con le sue maschere inquietanti e violente che emergono dal buio come fantasmi, il supremo sacrificio di Madama Butterfly avvolta nel gelo di un candore lunare; le cupe ombre della follia e il tragico amore di Lucia di Lammermoor. Vi sono infine numerosi ritratti in bianco e nero che, pur guardando con incisività al personaggio, mettono in risalto l’umanità e la psicologia d’importanti attori, cantanti e danzatori, rappresentati con drammaticità e ironia, partecipazione emotiva ed eleganza compositiva. Nasce in questo modo una serie d’immagini che non sono mai statiche, ma fissano il significativo movimento di un corpo, l’espressione di un volto, la liberazione di un grido, la smorfia di un dolore, formando quell’affascinante universo di “popolo del teatro”, così definito a suo tempo da Maurizio Buscarino, indiscusso maestro della fotografia teatrale.

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